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Qualche anno fa le città romagnole di Forlì e di Cesena furono impegnate da una lunghissima guerra (la famosissima “Guerra del Pistacchio”) che vedeva opposte le rispettive cittadinanze. Le due città erano divise su tutto: il colore del cavallo di Napoleone, la scelta dell’orario migliore per il treno espresso per Bologna, il modo di coltivare le barbabietole da zucchero e che forma dovesse avere il formaggio di fossa. Furono quindi inevitabili le prime incomprensioni, i litigi, gli sberleffi, le zuffe ed infine una vera e propria guerra che andava avanti da così tanto tempo che ormai neppure i cittadini più anziani avevano memoria della causa scatenante: “E chi si ricorda più? Forse è stata colpa di quel gatto di Cesena che veniva a rubare le galline dal pollivendolo di Piazza Garibaldi qui a Forlì”. “No di certo – si sentiva dire a Cesena – è nato tutto da quella volta che la forlivese Signora Lucia ha imbrattato il bucato della Contessa De’ Zerbis”. E così via.

Questa strana guerra, combattuta soprattutto a colpi di gavettoni, cerbottane e petardi aveva influito talmente negativamente sull’economia della zona che molte aziende furono costrette a chiudere i battenti.
E a Forlì, purtroppo, un minatore di nome Giuseppe aveva appena perso il lavoro poiché la piccola miniera di zolfo e carbone dove era da tempo impiegato non aveva più i soldi per pagare nemmeno i pochi lavoratori. “Giuseppe – gli disse con tono sommesso il Signor Bazzoni, proprietario della miniera – so che tu sei il migliore minatore di tutta la Romagna e che hai lavorato nelle miniere di mezzo mondo estraendo oro, rame, caramelle e chiodi di garofano, ma purtroppo nessuno richiede più lo zolfo per colpa di questa maledettissima guerra e io sono costretto a fermare l’attività e a licenziare tutti quanti”.

Giuseppe, che a casa doveva badare alla vecchia madre, a tre fratellini, a due cugini e a tre cognati con la gotta, non si perse d’animo e decise di emigrare sulla costa per cercare un po’ di lavoro e per allontanarsi da quelle due città di pazzi guerrafondai. E Giuseppe, che era un lavoratore serio ed affidabile, non faticò a trovare un impiego come giardiniere presso la villa della misteriosa e ricchissima Marchesa di Paccialugo. “Che strana la vita! – borbottava tra sé e sé Giuseppe – Qualche giorno fa ero in grotta a spezzare le rocce e adesso sono in questa villa meravigliosa a potare le rose!”.

I giorni passavano e Giuseppe, col duro lavoro e l’onestà più assoluta, si conquistò la fiducia della bella Marchesa tanto che questa gli confidò il suo terribile segreto: “Giuseppe – fece la Marchesa con voce di tuono – tu ti sei dimostrato un lavoratore fedele e sincero. E per questo voglio essere pure io sincera. Vedi, Giuseppe, in realtà io sono la Strega Carbonina, la famosa strega di Riccione che tutti credevano morta da tempo. Come vedi sono viva e vegeta, ma come io ho aiutato te nel momento del bisogno, prendendoti a lavorare nel mio giardino, vorrei che anche tu aiutassi me”.

E così la Strega Carbonina spiegò a Giuseppe che avrebbe avuto bisogno di mille tonnellate di carbone per tappare la bocca dell’inferno che si stava aprendo tra Rimini e Bellaria, altrimenti diavoli, demoni e satanelli avrebbero invaso la terra incominciando un’era di terrore e miseria. Giuseppe, che non era affatto uno sciocco, capì la situazione al volo e si mise a disposizione della Strega di Riccione, tanto che in pochi giorni scavò così tanto carbone che forse ne sarebbe bastata anche la metà.
Con tutto quel carbone la Strega Carbonina compì la sua magia e riuscì appena in tempo (erano sfuggiti solo sette piccoli stanelli) a tappare la bocca dell’inferno: “Grazie Giuseppe, senza il tuo aiuto prezioso non sarei mai stata in grado di combattere contro le forze infernali. Ora, per ricompensa, esaudirò un tuo desiderio: te lo sei proprio meritato”. Giuseppe ci pensò un po’ su e infine disse: “Cara Carbonina, vorrei che quei sette satanelli che sono scappati dalla bocca dell’inferno fossero in mio potere almeno per qualche giorno”. La Strega di Riccione, che di Giuseppe si fidava, acconsentì alla strana richiesta e subito quel piccolo manipolo infernale fu messo a completa disposizione di Giuseppe, il minatore di Forlì, per un’intera settimana.

E con l’aiuto dei sette satanelli Giuseppe riuscì a sabotare completamente le macchine da guerra delle genti di Forlì e Cesena tanto che dopo poco tempo i due sindaci decisero di chiedere un tregua definitiva a patto che i sette satanelli venissero richiamati all’ordine. Finita la guerra, con i satanelli di nuovo al sicuro all’inferno, l’economia delle due città tornò a correre a la miniera di zolfo e carbone tornò in attività.

E fu così che un semplice minatore di Forlì – con l’aiuto della Strega di Riccione e di sette piccoli diavoletti – riuscì a salvare il suo lavoro e a fare finire una guerra sciocca che durava da troppo tempo.
 
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