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C’era una volta nella città di Borgolupo un poeta di nome Orazio. Questo stimato artigiano della parola sbarcava il lunario componendo sonetti, scrivendo poemi e cesellando rime e motteggi di ogni genere e per ogni occasione.

Un giorno di ottobre accadde però un bel patatrac.
Orazio, che viveva in una minuscola soffitta che gli serviva da studio ed abitazione, una aveva lasciato aperto l’abbaino che dava sui tetti delle case vicine, con l’intenzione di rinfrescare un po’ l’ambiente; poi, si era infilato il vecchio cappotto ed era uscito per ritirare un paio di pantaloni dalla sarta e per comperare latte e fagioli.
A quel punto accadde l’incredibile: dai fogli sparsi un po’ per tutta la soffitta, da sotto il letto, dai vecchi raccoglitori sistemati alla bene e meglio sugli scaffali e le mensole, dalle credenze, dai taccuini tascabili e addirittura da alcune crepe del pavimento, spuntarono una selva di rime, terzine e quartine che – tutte insieme – si misero a fare un baccano infernale. Le poesie di Orazio avevano preso vita e lunghi mesi di immobilità polverosa le avevano rese piene di voglia di correre, saltare e strepitare.

E così, queste poesie pazze, lasciate senza sorveglianza e senza padrone, approfittarono dell’insolita via di fuga rappresentata dall’abbaino spalancato e dell’assenza prolungata di Orazio – che dopo avere comperato le patate si era dilungato in piazzetta a chiacchierare con gli amici del circolo delle bocce e poi al Bar della Stazione ed infine alla Locanda del Porcospino – per darsela a gambe e per creare scompiglio nei vicoli della città.
Un gruppo di esse fu visto bighellonare lungo Via del Piffero; altre erano in Piazza del Ciucco Moro dove erano intente a lanciare dei gavettoni di melassa ad un battaglione di bersaglieri in parata; altre ancora si erano invece piazzate sulle panchine del Parco del Mondoro per prendere in giro i passanti.
Una poesia dall’aria sbarazzina e dal ciuffo biondo che non prometteva niente di buono incominciò a prendere in giro una gran contessa che aveva un cappello ornato da piume di fagiano:
“La nobildonna grassa / si crede bella tanto / invece te lo canto / è brutta, sciocca e bassa”.

Altre poesie senza freni bersagliavano invece gli alunni di un liceo classico lì vicino:
“A scuola intrappolati / per sempre resterete / con fame e con la sete / dai libri tormentati”.

Addirittura una coppia di sonetti davvero impertinenti s’ingegnò di dileggiare il Dottor Serioni, Notaro e Gran Giurista, persona seria e molto stimata ma non del tutto incline ad accettare scherzi e lazzi:
“Guardate quel signore / compìto ed elegante / mi sembra un elefante / che emana un gran fetore”.
E giù risate a crepapelle, da parte delle poesie, s’intende; il Dottor Serioni invece diventò rosso come un pomodoro e s’infuriò come una locomotiva.

E che dire allora del Maresciallo Bombardoni, artigliere decorato della Grande Guerra? Il vecchio reduce si era recato al Caffè Cavour per bersi in santa pace un bicchiere di birra bavarese quando, all’improvviso, un poema satirico gli si attaccò al cappello e cominciò a canzonarlo così:
“Con il naso tutto rosso / beve troppo il maresciallo / se ne sta sullo sgabello / e scorreggia a più non posso”.

Quando il troppo fu troppo, alcuni cittadini, esasperati dal comportamento insopportabile delle poesie di Orazio, si rivolsero alle guardie comunali per ottenere giustizia:
“Insomma! Ma che scandalo è mai questo? Come si può permettere che delle sciocche poesie gettino discredito sulla nostra onorata città?”. La pazienza degli abitanti di Borgolupo era davvero finita.

Alla fine i gendarmi e i carabinieri riuscirono non senza fatica a radunare tutte queste poesie impazzite, le legarono in un gran mucchio con un gran pezzo di spago e le riportarono al loro autore Orazio che – dopo essere tornato a casa dal suo giretto – non si era accorto di nulla:
“Signor Orazio – disse l’appuntato Spatafora – queste poesie hanno combinato una grande quantità di disastri, hanno disturbato la quiete pubblica ed hanno fatto impazzire la maionese del Ragionier Cipolla. Per un tal trambusto le imponiamo di avere maggior cura nel tenere questi componimenti in rima sotto stretto controllo oltre al pagamento di una multa di 50 fiorini”.
Ad Orazio non restò che accettare la ramanzina, pagare la multa e riportare le poesie lontano dai guai su nella sua soffitta, all’interno di libri, taccuini e quaderni.

Più tardi, dopo avere sistemato ogni cosa e avere chiuso l’abbaino, Orazio decise che tutte le poesie che avevano partecipato a quella bizzarra scorribanda – visto quel disastro di proporzioni storiche e la perdita di ben 50 fiorini sonanti – vennero mandate a letto senza cena.

In un modo o nell’altro anche le poesie vanno educate, no?
 
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