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Un paio d’anni fa, a Milano, ebbi la fortuna di conoscere un tal Signor Gilberto, manovratore di tram dell’ATM in pensione. Il Signor Gilberto, un vecchietto dall’aria serena e dallo sguardo vispo e allegro, era solito frequentare un piccolo bar-tabacchi di Corso Lodi, all’altezza di Via Burlamacchi. Ogni mattina il Signor Gilberto si recava al bar per bersi una cedrata e per leggere le pagine sportive del Corriere ed io, che mi fermavo di tanto in tanto prima del lavoro per buttare giù un caffè ristretto e per comprare le cicche e il biglietto della metropolitana, lo vedevo sempre là, con il suo bel completo elegante, l’aria soddisfatta che ha chi dalla vita ha ottenuto con fatica ciò che conta davvero e, appoggiato con grazia ed attenzione sul tavolino, il suo immancabile cappello.

Già, il cappello. Le prime volte non feci troppa attenzione al particolare più interessante dell’aspetto del Signor Gilberto, anche perché, si sa, Milano è una città caotica e si deve sempre correre in tutta fretta di qua e di là. Ma, nonostante la fretta e la distrazione assonnata di ogni inizio giornata, notai che ogni mattina il cappello del Signor Gilberto era diverso, magari per un piccolo particolare (il feltro più spesso o leggero, la tonalità del colore della tesa, le rifiniture sul bordo e così via), ma decisamente diverso.

Incuriosito da questa piccola stranezza una mattina mi svegliai un po’ prima del solito e, al solito bar, decisi di avvicinare il Signor Gilberto. La conversazione – di principio concentrata sui soliti temi da bar tipo il tempo troppo freddo o troppo caldo, la politica, i giovani d’oggi e l’Inter – si fece serrata ed interessante e, al momento giusto feci la mia domanda sui cappelli.

“E’ raro che qualcuno lo noti – mi rispose prontamente l’ex-tramviere – ma è proprio così: io posseggo un cappello per ogni giorno dell’anno. Ma i miei cappelli sono molto di più che un elegante accessorio: ogni giorno catturano i miei pensieri, le mie parole e le mie emozioni. Quindi si può dire che nella mia sterminata collezione di cappelli ci sia tutta la mia vita e sa, da quando sono vedovo, spesso la sera mi sento solo e allora mi metto in testa un qualche vecchio cappello di tanto tempo fa e rivivo i momenti più felici della mia vita”. Io, che credo nelle favole, nei paesi coi nomi strampalati e nei destrieri blu, non fece alcuna fatica a credere al racconto del buon Signor Gilberto.

Col tempo diventammo amici e una volta la settimana ci vedevamo a casa sua per una partita a briscola e per raccontarci due fole.

Poi, un brutto giorno di primavera il Signor Gilberto morì e al suo funerale nella chiesa del quartiere, oltre al sottoscritto, c’erano il Commendator Gianni, che era il titolare della rosticceria all’angolo, tre vecchietti che frequentavano il bar di Corso Lodi, il prete e due chierichetti. Dal notaio, per la lettura del testamento, eravamo ancora meno, dato che Gilberto era povero in canna ed abitava in una casa del Comune. E a me, con sommo stupore, toccò in eredità la collezione di cappelli.

E se mai volete venire a trovarmi a casa mia potrete anche voi indossare gli straordinari cappelli del Signor Gilberto e rivivere le meravigliose giornate passate da questo ex-tramviere che adorava la briscola e la cedrata.
 
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