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C’era una volta nel paese di Bentistà un omone un po’ tonto di nome Paolo Patata. Alto due metri, capelli color di carota, con la schiena forte e possente come l’Esercito di Prussia, contadino di professione e pescatore per passione, Paolo Patata era conosciuto in tutta la valle come un gran pasticcione: quando mungeva le capre non c’era volta che non rovesciasse almeno due secchi di latte; a settembre, al tempo della vendemmia si confondeva spesso gettando l’uva buona e pigiando l’uva acida; quando si recava al torrente per una battuta di pesca gettava i pesci catturati e poi si cucinava le esche. Insomma, si può proprio dire che Paolo Patata era un portento di sbadataggine.

E che peccato! Sì, peccato davvero perché tutto ciò che Paolo Patata coltivava, allevava o pescava riusciva forte, rigoglioso, succoso e nutriente. In poche parole – almeno sotto l’aspetto della produzione – non c’era un contadino bravo come Paolo Patata. Però, visto il suo essere così sbadato, maldestro e distratto, riusciva quasi sempre a rovinare malamente il frutto del suo lavoro e del suo talento.

Un bel giorno passò da Bentistà una tale Caterina Carota, sarta e venditrice di tessuti e pizzi, abilissima nel tenere in ordine le stoffe e i conti della sua attività, ma non così brava con l’ago e con la forbice.
In pratica Caterina Carota era l’esatto opposto di Paolo Patata: ella, nonostante il suo ordine e la sua precisione, era talmente priva di abilità manuali che non riusciva a creare un paio di pantaloni con il giusto numero di gambe o nemmeno una camicia che non avesse meno di quattro braccia. Insomma, anche la Signora Carota era un mezzo disastro!

Caterina – che aveva tentato inutilmente di vendere alle donne del paese la sua nuova collezione di fazzoletti triangolari – passò vicino alla fattoria di Paolo Patata e non poté fare a meno di notare quel podere così ricco e rigoglioso e disse tra sé: “Voglio proprio conoscere chi è il portentoso contadino che c’è dietro a questa meraviglia”.

E fu così che Paolo e Caterina, all’ombra di una pianta di melocuccolo, si conobbero, si piacquero e si innamorarono.

Dopo qualche mese decisero di sposarsi e Paolo Patata (che nel frattempo, per l’emozione, aveva gettato nel fiume 20 pinte di birra, bruciato cinque misure di polenta e abbrustolito un mezzo quintale di fagiolini) disse alla sua bella:“Caterina, ho pensato a lungo, e adesso, visto che mi è passato il mal di testa per il troppo riflettere, ti posso dire cosa mi passa per la mente”.
Paolo Patata, che non era abituato ai lunghi discorsi, prese il fiato e si fece coraggio: “Io credo che se mettessimo insieme la tua abilità di sarta e cucitrice e le mie doti di precisione ed attenzione potremmo stabilire una fabbrica di tessuti e filati. Che ne dici Amore Mio?”.

Caterina Carota non era una gran sarta, ma aveva grande fiuto per gli affari. Così, i due innamorati decisero che – oltre a sposarsi – avrebbero messo pure insieme le loro abilità, ma non come aveva pensato Paolo Patata, ma piuttosto fondando l’Azienda Agricola “Patata & Carota” che – grazie al pollice verde di Paolo e all’ordine e alla capacità di gestione ed organizzazione di Caterina – divenne in breve tempo l’azienda più ricca e prospera di tutto il Regno di Paragnà.

Ancora oggi, però, se passate da Bentistà e vi fermate all’Osteria del Balabù, potreste sentire Paolo Patata che, vestito come un gran Signore, si lamenta con gli amici: “Continuo a pensare che la fabbrica di tessuti e filati sarebbe stata un’idea migliore”. Ma che tonto Paolo Patata!
 
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