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Prima che arrivassero il computer con la stampante laser, le penne a sfera e le penne stilografiche, se si voleva scrivere una bella storia, una lettera alla fidanzata o un bel cartello con su scritto “è vietato dare da mangiare ai coccodrilli”, occorreva affidarsi alla cara e vecchia penna d’oca che andava intinta in un piccolo contenitore per l’inchiostro detto calamaio. Scrivere con la penna d’oca era difficile e poco pratico (in special modo per le povere oche), ma i migliori calligrafi riuscivano comunque a comporre meravigliosi arabeschi ed intarsi d’inchiostro.

Con l’arrivo dei tempi moderni, però, le cose cambiarono e penna d’oca e calamaio andarono gradualmente in soffitta. Il calamaio, a dire il vero, resistette più a lungo e fu anche una delle ragioni per cui i vecchi banchi delle scuole elementari erano dotati di un buffo buco tondo (anche se alcune favolette ci hanno spiegato che i banchi in passato avevano la coda, ed ecco spiegato il perché del famoso “buco”). Oggigiorno, invece, trovare chi ancora utilizzi questi antichi strumenti di scrittura è impresa a dir poco ardua.

Anche perché con i tempi moderni sono cambiate anche le aspirazioni di penne d’oca e di calamai.  Le penne d’oca oggi rimangono volentieri al loro posto (con grande sollievo delle stesse oche) o tutt’al più se ne vanno in Inghilterra ad adornare i cappelli della dame e delle contesse che mangiano i sandwich al cetriolo alle corse dei cavalli, mentre i calamai hanno tutti dovuto trovare una nuova collocazione.

Un calamaio di Firenze, ad esempio, ha vinto il concorso per usciere indetto dalla Società Idrica; un altro calamaio napoletano, tutto bello intarsiato d’oro e avorio, ha invece aperto uno studio dentistico; ci sono calamai che fanno i cartolai, i benzinai, i parrucchieri ed addirittura un calamaio di Bressanone è diventato capostazione.

Ma la vicenda più strana è quella capitata ad un calamaio di Redipuglia che ha rotto le scatole a tutti pur di andare a lavorare nel bar della stazione di Villa Opicina; ebbene, una volta coronato il suo sogno, questo bizzarro calamaio di nome Filippo ha incominciato i suoi turni di lavoro come tazzina da caffè. Caffè macchiati, caffè corretti alla grappa, caffè lunghi, caffè ristretti, caffè all’orzo e caffè alla vaniglia: nessuna varietà era troppo difficile per l’ex calamaio Filippo.

Un bel giorno il Commendator Basiaco – un commercialista in pensione di Trieste – entrò nel bar della stazione ed ordinò un caffè doppio con correzione alla sambuca. Subito Filippo si mise sotto la macchina del caffè e iniziò a compiere il suo dovere di contenitore; poi saltò sul piattino di ceramica ed imbracciò un piccolo cucchiaio per mescolare il caffè, lo zucchero e la sambuca.

Il Commendator Basiaco incominciò a sorbire la sua ordinazione quand’ecco che – dopo aver deglutito l’intruglio marrone – sobbalzò sulla sedia, perse il cappello per la sorpresa, e disse: “Barista! Ma cosa ha combinato? Questo caffè sa d’inchiostro!”.
Il barista controllò la tazzina e rassicurò così il commendatore: “Non si preoccupi. La sua tazzina ha preso servizio nel nostro bar da poco tempo; vede, Signor Commendatore, si tratta di un ex-calamaio e probabilmente nessuno ancora gli ha spiegato che prima del suo turno di lavoro deve farsi una bella doccia!”.

Il giorno stesso il calamaio Filippo si dimise da tazzina del caffè, andò finalmente in pensione e incominciò a coltivare l’orto di casa sua. E, sorpresa delle sorprese, le zucchine, l’insalata e i pomodori sapevano tutti d’inchiostro!
 
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