| 15. IL RE POVERO E IL CONTADINO RICCO |
|
|
|
|
C’era un volta tre settimane fa nel Regno di Colleruggine un Re di nome Balzario. Re Balzario era saggio e buono ed era benvoluto da tutti gli abitanti del Regno. Purtroppo per lui governava con tanta rettitudine e giustizia da non pensare a se stesso ed ai suoi bisogni tanto da diventare in poco tempo povero in canna. Pensate che non aveva nemmeno i soldi per riparare la perdita nel fossato attorno al castello! Figuriamoci se gli rimaneva anche un solo scudo o una mezza ghinea per riparare il tetto della torre di nord-ovest o per comperarsi gli abiti regali in seta, organza ed ermellino. Insomma: a Colleruggine stavano tutti abbastanza bene, mentre il Re Balzario versava in una situazione economica a dir poco imbarazzante. Dovete sapere che sulle prime colline appena fuori dal paese, in Contrada Luccichina, viveva un contadino di nome Venanzio dedito alla coltivazione delle rape e all’allevamento di maiali ed oche. Venanzio, al contrario del suo buon Re, era disonesto e vigliacco e non perdeva occasione per rubare ed accumulare, il tutto alle spese del suo prossimo. Faceva la cresta sul peso della farina, mentiva sulla qualità della carne, spostava di notte i termini dei campi e per ogni rapa che vendeva te ne piazzava due marce. Oltre a queste nefandezze Venanzio soleva recarsi in piazza alla Taverna del Malcappello per vantarsi delle sue ricchezze e delle sue imprese finanziarie: “Guardate abitanti di Colleruggine! Io sono solo un semplice contadino ma grazie alla mia scaltrezza sono mille volte più ricco di Re Balzario!”. E così via. Passarono i mesi e le stagioni e la situazione divenne sempre più paradossale: da una parte il nobile Re Balzario, saggio e generoso ma più povero di una pulce d’acqua; dall’altra l’antipatico ed arrogante contadino Venanzio, più ricco di Creso. E un brutto giorno di fine maggio Balzario morì lasciando l’eredità del Regno al suo secondo cugino, Gistulfo, Terzo Conte di Carmallacchera. Il Conte, passato il lutto per la dipartita del caro cugino, divenne quindi il nuovo Re di Colleruggine e continuò l’opera di governo intrapresa da Balzario. Venanzio, sempre più ladro e ricco ed arrogante commentò così quanto era successo al trono di Colleruggine: “Se ne è andato il Re più povero e più misero che la storia abbia mai visto. Vedrete che suo cugino Gistulfo non sarà da meno! E io non solo sarò più ricco di un re; ma di due addirittura!”. Ma questo, fortunatamente, non avvenne. Gistulfo era sì saggio e buono ma, al contrario di suo cugino Balzario, non era certo un tipo da lasciarsi prendere per il naso. E così, in quattro e quattr’otto fece una legge per cui tutte le ricchezze del disonesto Venanzio passassero sotto la proprietà della Corona di Colleruggine. Venanzio, saputa la notizia partì in fretta e furia dal suo podere per varcare la soglia del castello e per dirne quattro a Re Gistulfo. “Re Gistulfo – fece il contadino con fare sgraziato e voce nasale – com’è vero che mi chiamo Venanzio, questa non la passerai liscia! Io continuerò ad essere un contadino ricco e tu diventerai più povero di tuo cugino Balzario”. Il sovrano, dall’alto del suo trono, rimase impassibile e disse semplicemente: “No, Venanzio. Questo non accadrà. Io sono il Re e la parola del Re è Legge. Guardie, portatelo via e confiscate ogni suo bene!”. E così avvenne. La Corona di Colleruggine tornò ad essere ricca, mentre Venanzio finì a pulire i piatti alla taverna. Questa favola ci insegna che l’arroganza e la ricchezza non possono sostituire la vera nobiltà d’animo. |
| < Prev | Next > |
|---|


