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Wolfango viveva a Sperlonga e di mestiere faceva il compositore. Purtroppo per lui, col passare degli anni, la sua vena artistica andò pian-piano esaurendosi e ormai non faceva altro che scrivere musica lagnosa, ripetitiva e poco fantasiosa. In poche parole riusciva solo a comporre della bruttissima musica stonata. E pensare che in gioventù aveva addirittura composto un’opera per la Regina d’Italia che, per la commozione e l’ammirazione, l’aveva insignito del titolo di Cavaliere delle Sette Note.
Quei tempi felici erano ormai andati: crome, biscrome, crescendo e bemolle sembravano tutti congiurare contro di lui. Una coppia di sposi gli commissionava di comporre le canzoni per il proprio matrimonio? E giù con una tremenda cacofonia degna del peggior funerale! La festa patronale del paese? Niente da fare: appena l’orchestra attaccava le note di Wolfango tutti scappavano dai vicoli e dalle piazze.
“Povero me – si lamentava Wolfango – non sono neppure in grado di mettere insieme un “do” con un “fa”! E’ meglio che mi ritiri dalle scene fintanto che ho ancora un briciolo di dignità professionale”.

Ma un giorno di fine inverno giunse a Sperlonga, accompagnata dal suo seguito e da sei destrieri bianchi, una piccola bambina di nome Marcellina, figlia della Duchessa di Torre Picozza. Marcellina, che amava la musica come nessun’altra cosa, aveva sentito le opere di gioventù di Wolfango e ne era rimasta impressionata a tal punto da desiderare una nuova composizione tutta per sé. La Duchessina, scesa da cavallo, entrò nella bottega del musicista:  “Signor Wolfango sono così lieta di conoscere di persona il più grande compositore di tutto il Regno! Purtroppo ho anche saputo che ormai hai perso tutta la tua arte. Ma la tua musica era la migliore e quindi, in occasione del mio compleanno, voglio che tu componga per me la più bella canzone della tua carriera”.
“Ma come? – ribattè Wolfango – ormai lo sanno anche i muri che non so più scrivere nemmeno le note per far suonare una campana!”. “Non ti preoccupare – lo rassicurò la Duchessina che era una bimba davvero sveglia – usa questa carta pentagrammata magica, e vedrai che tutto tornerà come una volta! Mi raccomando! Il mio compleanno si terrà tra una settimana al Palazzo delle Rose di Torre Picozza e non voglio di certo sfigurare di fonte alle mie amiche!”.
Wolfango accettò l’incarico e, sperando di superare i suoi recenti insuccessi, si mise subito al lavoro: “Vuoi vedere che forse un po’ di magia mi aiuterà a tornare il grande compositore che sono stato?”.
E notte e giorno e notte e giorno il buon Wolfango compose a più non posso certo che la sua arte sarebbe stata aiutata da un tocco fatato.

Dopo una settimana giunse il gran giorno. Wolfango, terminato il suo lavoro, si recò a Torre Picozza e consegnò lo spartito che aveva composto all’Orchestra che avrebbe suonato alla festa di Marcellina: “Speriamo bene – sospirò il musicista – se fallisco adesso giuro che abbandono il mondo della musica”.
La festa era entrata ormai nel vivo e tutti attendevano con impazienza che l’orchestra incominciasse il concerto in onore del compleanno della Duchessina. E uno, due, tre e quattro la musica cominciò, dapprima lieve e soave e via via sempre più intensa e trascinante. Che incanto! E che felicità per Marcellina e per i suoi ospiti! Tutti si congratulavano per la felice scelta del banchetto e per la musica così meravigliosa. La festa finì quindi in un trionfo di gioia e serenità.

Marcellina con sua madre, la cortesissima Duchessa di Torre Picozza, presero da parte Wolfango per onorare tanta arte e tanta capacità musicale: “Grazie Wolfango. Hai davvero scritto il tuo capolavoro più bello – disse la Duchessa – siamo onorate di averti commissionato quest’opera meravigliosa”. Wolfango si schernì: “Signora Duchessa voi sapete bene che il merito non è mio, ma piuttosto del pentagramma magico che Marcellina mi ha consegnato per la composizione … ormai con le mie sole forze riesco solo a comporre musica stonata”. “E’ ora che tu sappia la verità – disse serena Marcellina che aveva in volto un sorriso birichino – la carta pentagrammata che ti ho consegnata è carta qualsiasi e non ha davvero nulla di magico. La vera magia l’hai fatta tu stesso!”.
Wolfango, finalmente, aveva capito: in tutti quegli anni si era lasciato prendere dallo sconforto e la qualità della sua arte ne aveva risentito. Per tornare ad essere il grande compositore che tutti avevano ammirato non aveva quindi bisogni di magia o pentagrammi fatati. La sua carriera era stata salvata dalla fiducia che gli aveva dimostrato una piccola bambina.
 
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